Petria 7(2), 51-62, (1997) Lettera alla Direzione/Letters to the Editors
I "Giallumi della vite": un caso fitopatologico ancora aperto.

PAOLA DEL SERRONE
Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale, Via C.G.Bertero, 22, I-00156Roma.

Il complesso dei "Giallumi della vite" (Grapevine yellows) comprende gravi malattie quali la Flavescence dorée, il Vergilbungskrankheit, il Bois noir, i Giallumi mediterranei, subtropicali ed australiani, caratterizzate da analoga sintomatologia ma da diversa eziologia ed epidemiologia (Quacquarelli, 1992; Caudwell 1993). I giallumi della vite sono presenti anche in Italia e, dalla loro prima comparsa nelle aree viticole del settentrione (Belli et al., 1973), si sono diffusi in pressoché tutto il territorio nazionale (Refatti, 1993). I sintomi che caratterizzano a livello macroscopico queste sindromi consistono in alterazioni cromatiche fogliari, più o meno estese, disseccamento dei grappoli, scarsa lignificazione dei tralci, cui seguono, in genere, deperimenti di diversa gravità delle piante interessate; a livello microscopico, si osserva una degenerazione principalmente a carico degli elementi floematici (Quacquarelli, 1990; Granata e Carraro, 1993). Queste malattie sembrano colpire per lo più i vigneti adulti; tuttavia, anche le barbatelle utilizzate per rimpiazzare le fallanze possono mostrare evidenti sintomi (Borgo, 1996). A queste malattie è stata costantemente associata la presenza di organismi procarioti, pleomorfi, di diametro compreso tra 80-1000 nm, privi di parete cellulare, parassiti obbligati ad habitat intracellulare, denominati MLOs (Mycoplasma Like Organisms) (Mc Coy et al., 1989). Le dimensioni del genoma di questi microorganismi, comprese tra 600 e 1200 kb, corrispondono a circa un terzo di quelle di Escherichia coli, e sono tra le più piccole compatibili con una replicazione autonoma (Neimark e Kirkpatrik, 1993). Il loro DNA è particolarmente ricco in adenina e timina (A-T) e codifica per il solo tRNA dell’isoleucina, la cui sequenza si trova nella regione spaziatrice tra i geni per il 16S ed il 23S rRNA (Kirkpatrik et al, 1994). Il sequenziamento del gene altamente conservato che codifica per il 16S rRNA di diversi MLOs, Mollicutes, e altri Procarioti, ed il loro successivo allineamento ha permesso di convertire le dissimilarità osservate in distanze evolutive e di ricostruire i loro rapporti filogenetici per mezzo di opportuni algoritmi (metodi di parsimonia evolutiva, metodi di distanza evolutiva, metodi stocastici) (Woese, 1987). Si è così evidenziato che gli MLOs sono il prodotto di una linea evolutiva regressiva differenziatasi a partire da un batterio Gram positivo, Bacillus subtilis, antenato comune di Clostridium spp., Mollicutes ed Acholeplasma (Lim e Sears, 1989). L’uso del gene che codifica per il 16S rRNA (macromolecola informazionale non traducibile, implicata in associazione con 50-70 proteine diverse alla formazione di una subunità ribosomale), come sonda filogenetica profonda (Woese et al., 1990), ha permesso di stabilire che gli MLOs sono un genere a sé stante per il quale è stato proposto recentemente il nome di Fitoplasma (ICSB, 1993; Zreik et al. 1995; Schneider et al., 1995). I fitoplasmi sono correlati filogeneticamente con i generi Acholeplasma ed Anaeroplasma (Acholeplasmatales), con cui condividono le caratteristiche di non richiedere sterolo e di avere sia piante che artropodi come ospiti naturali, ma sono distanti, per contro, dai generi Mycoplasma e Spiroplasma (Mycoplasmatales) (Sears e Kirkpatrick, 1994). Contrariamente agli spiroplasmi, che sono stati osservati allo stato saprofitario sulla superficie dei fiori e la cui patogenicità è stata messa in evidenza solo in un numero limitato di casi, tutti i fitoplasmi sono considerati parassiti obbligati nonché patogeni (Cousin, 1995). Generalmente sono individuabili nelle cellule floematiche, ma si possono riscontrare anche nelle cellule parenchimatiche del floema ed eccezionalmente nelle cellule del parenchima corticale (Cousin et al., 1970). Nelle viti affette dai giallumi, i fitoplasmi, seppur presenti a bassissime concentrazioni, sono stati osservati nei soli tubi cribrosi (Magarey et al., 1988). I fitoplasmi si differenziano dai batteri fastidiosi a localizzazione floematica e xilematica per l’assenza della parete cellulare e per avere una tipica membrana cellulare a struttura trilaminare. Essi si possono riprodurre alternativamente nelle cellule del floema delle piante e nelle cellule dell’insetto vettore (Tully, 1989). La trasmissione dei giallumi della vite avviene mediante Auchenorrinchi, insetti dotati di apparato pungente succhiatore, ed è di tipo persistente propagativo (Vidano et al., 1987). Il vettore più noto di giallume fitoplasmale della vite è la cicalina ampelofaga, Scaphoideus titanus Ball., vettrice della Flavescence dorée. Questa cicalina di origine canadese, presente in varie regioni dell’Europa meridionale, può acquisire i fitoplasmi a tutti gli stadi larvali (tempo di acquisizione circa una settimana) ed inocularli in un periodo di inoculazione di circa 4-6 giorni dopo un lungo periodo di latenza (circa un mese) (Cazelles et al., 1989). La presenza dei giallumi riscontrata in quasi tutte le regioni d’Italia – come nella maggior parte delle aree viticole del mondo – ha evidenziato che la malattia si diffonde anche al di sotto del 42° parallelo, cioè al di fuori dell’areale di S. titanus. In particolare, in Italia, casi di giallume associati al vettore sono stati rinvenuti in Veneto (Egger e Borgo, 1983), Friuli-Venezia Giulia (Carraro et al., 1986), Lombardia (Belli, 1987) Liguria (Bertaccini et al., 1995) e Piemonte (Vidano et al., 1987), mentre in Sicilia (Granata, 1982), Emilia-Romagna (Credi e Babini, 1984; Bertaccini et al., 1993), Toscana (Conti, 1986), Trentino (Mescalchin et al., 1986), Lazio (Barba e Del Serrone, 1993), Puglia (Di Terlizzi et al., 1993) e Campania (Del Serrone et al., 1997; Marcone et al, 1997) la malattia è stata trovata anche in assenza di S. titanus. Vari studi hanno evidenziato che, seppur la cicalina S. titanus sia infeudata specificamente sulla vite e le sue ghiandole salivari rappresentino un notevole serbatoio di infettività, il vettore ha una bassa efficacia di trasmissione (Osler et al., 1992; Arzone et al., 1993) sia in condizioni controllate che di pieno campo. Ciò ha portato a supporre l’attività di altri vettori e/o l’esistenza di differenti popolazioni procariotiche in grado di causare la stessa sintomatologia. Recentemente l’analisi dei profili di restrizione di regioni ipervariabili del gene conservato per il 16S rRNA e della regione spaziatrice tra il 16S ed il 23S rRNA ha permesso di individuare nelle piante almeno 12 tipi di fitoplasmi (Kuske e Kirkpatrick, 1992; Kirkpatrick et al., 1994; Gundersen et al., 1994, Schneider et al., 1995). In particolare i fitoplasmi associati ai giallumi della vite appartengono a quattro raggruppamenti dendrologici: il Giallume dell’olmo (Elm Yellows MLO=Phytoplasma ulmi=EY), in cui si colloca anche l’agente associato alla Flavescence dorée (FD) trasmesso dallo S. titanus; il Giallume dell’astro (Aster Yellows=Phytoplasma asteri=AY); la Malattia X (X-Disease MLO= Phytoplasma pruni) e lo Stolbur. Quest’ultimo, precedentemente considerato un sottogruppo dell’Aster Yellows MLO, è ora considerato come un cluster a sé stante (IRCPM, 1994) (Tab. 1).

Tabella 1 – Fitoplasmi costantemente associati ai Giallumi (Grapevine Yellows) della vite in infezione singola o mista.

Nome comune

AA italiani
AA inglesi
Specie: Candidatus
Giallume dell’astro Aster Yellows Phytoplasma asteri Lee
Giallume dell’olmo Elm Yellows P. ulmi Boudon Padieu
Malattia X X-Disease P.pruni Kirkpatrick
Stolbur P. solani Seemüeller
In Italia è stata diagnosticata la presenza di fitoplasmi appartenenti a tutti e quattro i cluster in viti con sintomi di giallume. In particolare, il primo e secondo gruppo sono stati rilevati in infezioni singole o miste nell’Italia settentrionale (Bianco et al., 1993). Un isolato del terzo gruppo, FDU, è stato segnalato in Friuli-Venezia Giulia ed è stato anche trasmesso sperimentalmente su ospite erbaceo, la pervinca (Catharanthus roseus), mediante ponte cuscuta da viti naturalmente infette (Davis et al., 1992). Viti affette dal solo Giallume dell’astro sono state rinvenute nel Lazio ed in Sicilia (Albanese et al., 1995; Del Serrone et al., 1995), mentre, in Campania sono state recentemente segnalate viti infettate sia dal Giallume dell’astro (Del Serrone et al., dati non pubblicati) che dallo Stolbur (Marcone et al., 1997). Quest’ultimo è l’agente associato anche al Bois noir ed al Vergilbungskrankheit. È trasmesso in natura dallo Hyalestes obsoletus, come verificato sperimentalmente in Germania da Maixner (Maixner et al., 1995). Si ritiene che questo insetto, presente anche in Italia, giochi un ruolo determinante, insieme a Macrosteles spp. e Nealiturus fenestratus, nella trasmissione dei giallumi. Inoltre, sono stati evidenziati mediante tecniche di nested PCR (Bertaccini et al., 1996), differenti sottogruppi del Giallume dell’astro quali: AY-G (Vibio et al., 1996), singolarmente od in associazione con FD in vigneti liguri ed emiliani; AY-B (Alma et al., 1996), in Piemonte; ed AY-C, in infezione mista con FD, in Veneto. Casi di infezione mista di fitoplasmi differenti appartenenti sia al gruppo del Giallume dell’olmo che dell’astro sono stati recentemente segnalati in provincia di Vicenza ed Arezzo, zone in cui, peraltro, non è mai stata rinvenuta presenza di S.titanus (Bianco et al., 1996). Sulla base di svariate segnalazioni emerge che fra i vitigni più coltivati, la cv Chardonnay è la più sensibile alla malattia, ed anche la più suscettibile (Credi e Babini, 1984; Granata e Russo, 1990). Tuttavia, questa sindrome è comparsa, in seguito, anche su altri vitigni di interesse nazionale (Cabernet, Italia, Merlot, Pinot bianco, Pinot grigio, Sangiovese, Trebbiano) e locale (Aglianico, Albana, Albarola, Bosco, Caveccia, Catarratto comune, Durello, Falanghina, Fontana, Garganega, Incrocio Manzoni, Inzolia, Lambrusco Selenico, Moscato bianco, Nerello macalese, Negroamaro, Perera, Perricone, Primitivo, Prosecco, Sauvignon, Susumaniello, Uva d’oro, Verdisio). Per alcune varietà di vite è stata riportata, la remissione dei sintomi che spesso, però, ricompaiono in annate successive. Risulta evidente, quindi, come sia difficile monitorare la diffusione della malattia sulla sola base sintomatologica (Osler et al., 1992; Osler et al., 1993; Borgo, 1996). La natura del portainnesto, il tipo di allevamento e le pratiche agronomiche (per es. la capitozzatura, il sovrainnesto) non sembrano influire in modo significativo la gravità della malattia. Questa malattia, peraltro, non porta, in genere, rapidamente a morte le piante colpite, ma piuttosto incide in misura rilevante sulla loro produzione e sul loro sviluppo. Una delle peculiarità dei fitoplasmi, che ha fortemente condizionato il loro studio, è l’impossibilità di allevarli su terreni di coltura. È questo il motivo principale per cui i fitoplasmi si ritengono a tutt’oggi agenti "associati" ai giallumi, piuttosto che agenti eziologici. Infatti in nessun caso sono stati ancora soddisfatti i postulati di Koch. In parte, si è ovviato a questo fattore limitante effettuando la trasmissione sperimentale di questi microorganismi da pianta sintomatica a sana mediante innesto, ponte cuscuta o vettore (Osler et al., 1993) per riottenere così la stessa sintomatologia osservata sull’ospite naturalmente infetto. Queste tecniche sono state impiegate con successo per trasmettere i giallumi della vite (Credi e Santucci, 1992; Alma et al., 1993; Carraro et al., 1993; Osler et al., 1993; Del Serrone et al., 1995). Il ponte cuscuta si è rilevato particolarmente utile per trasmettere questi microorganismi da pianta legnosa alla pervinca, ospite elettivo per il loro mantenimento in collezione (Bertaccini et al., 1992). Le pervinche infettate sperimentalmente sono state anche particolarmente utili per ottenere sospensioni sufficientemente ricche di fitoplasmi da cui è stato possibile estrarre il DNA fitoplasmale, tagliarlo con endonucleasi di restrizione, legare i frammenti ottenuti in plasmidi e trasformare cellule competenti per clonare i frammenti stessi. Questi, una volta recuperati e marcati opportunamente, fungono così da sonde in ibridazione molecolare (Davis et al., 1988; Bonnet et al., 1990; Davis et al., 1993; Bertaccini et al., 1993). Il loro sequenziamento, inoltre, può portare all’individuazione di brevi sequenze di nucleotidi (primer) che si possono impiegare come iniziatori della reazione polimerasica a catena (Seemüller et al., 1994; Prince et al., 1993; Minucci et al., 1994). L’uso di sonde clonate, ottenute a partire da frammenti casuali del genoma di fitoplasmi, ha dato soddisfacenti risultati nel rilevamento di fitoplasmi direttamente in estratto grezzo di foglie di viti affette da giallumi campionate ad un’opportuno stadio fenologico, (Del Serrone et al., 1995; Del Serrone e Barba, 1996). Da quanto esposto finora, risulta evidente come l’approccio molecolare impiegato dagli inizi degli anni novanta abbia fortemente sviluppato le conoscenze su questi microorganismi sia per quanto riguarda il loro inquadramento evolutivo nel Phylum dei Procarioti che il settore della diagnosi. Infatti, in precedenza, la diagnosi dei giallumi era affidata principalmente all’osservazione al microscopio ottico ed elettronico di sezioni di tessuti naturalmente o sperimentalmente infetti. La diagnosi mediante microscopia sia elettronica che ottica dei giallumi della vite era inficiata oltre che dalla aspecificità del metodo anche dalla difficoltà di individuare cellule floematiche con i fitoplasmi data la loro bassa concentrazione ed ineguale distribuzione all’interno dei tessuti di vite (Granata e Grimaldi, 1991; Meignoz et al., 1992; Credi, 1993). Anche la sierologia classica, mediante impiego di anticorpi policlonali, non ha contribuito in maniera rilevante alla loro diagnosi e caratterizzazione. Ciò era essenzialmente dovuto alla difficoltà di produrre antisieri specifici per il patogeno e che non presentassero reazioni verso le proteine della pianta ospite. L’avvento degli anticorpi monoclonali ha aumentato la possibilità di utilizzare la sierologia per rilevare, almeno in alcune matrici vegetali, la presenza di fitoplasmi. A questo proposito, esistono esempi di risultati positivi di diagnosi sierologica di fitoplasmi in viti affette da Flavescence dorée mediante anticorpi monoclonali. Infatti, disponendo di un vettore allevabile in cattività, è stato possibile trasmettere l’infezione ad un ospite erbaceo adatto (in questo caso la fava), da cui si è ottenuto buon materiale immunogeno (Boudon-Padieu et al., 1989; Schwartz et al., 1989; Daire et al., 1993; Chen et al., 1993). L’approccio molecolare, comunque, ha notevolmente contribuito allo sviluppo di tecniche per la diagnosi dei giallumi della vite. Aspetto questo particolarmente rilevante dal momento che questi microorganismi devono essere assenti dal materiale di propagazione vegetativo in accordo con gli schemi nazionali ed internazionali di certificazione. Tuttavia, i Giallumi della vite rimangono un caso fitopatologico ancora aperto. Infatti, identificati i microorganismi ad essi costantemente associati, rimane ancora da comprendere quale sia il loro potenziale patogenetico; cioè cos’è che li rende virulenti, e quindi in grado di arrecare danno alla pianta e quale sia la loro attitudine parassitaria in termini sia di specificità d’ospite che di capacità riproduttiva all’interno dell’ospite vegetale. D’altra parte, ben poco si conosce della patogenesi dei giallumi della vite, cioè la sequenza di eventi che dà luogo allo sviluppo progressivo di queste malattie, e dei meccanismi di resistenza sviluppati eventualmente dalle piante ospiti nei confronti di questi peculiari microorganismi. Nel caso dei procarioti fitopatogeni, questi eventi consistono generalmente nella trasmissione di un segnale di "innesco" da parte del microorganismo invasore che permette la creazione di un ambiente per così dire idoneo alla sua moltiplicazione; a ciò segue il "riconoscimento" da parte della pianta della presenza di un microorganismo estraneo con conseguente avvio di meccanismi di resistenza della stessa. Finora nei batteri fitopatogeni sono stati individuate tre classi di geni coinvolti nella patogenicità (hpr, dsp ed avr) (Surico, 1994). Nel caso di Agrobacterium tumefaciens, agente di malattie iperplastiche, sono sostanze escrete dalla stessa pianta (acetosiringone) e la presenza di un particolare DNA extracromosomiale (il plasmide Ti) ad avviare l’interazione ospite-parassita (Binns, 1988; Coplin, 1989). Anche per quanto riguarda i fitoplasmi, un interessante campo d’indagine riguarda proprio il ruolo del DNA extracromosomale nei processi infettivi. Per esempio, in un recente studio molecolare di una famiglia di plasmidi di fitoplasmi di piante erbacee, è stato ampiamente dimostrato che ogni isolato ha un profilo plasmidico differente, che vi è omologia circoscritta ad alcune regioni tra i plasmidi di uno stesso isolato e che l’omologia con plasmidi appartenenti a gruppi filogeneticamente differenti è estremamente limitata (Rekab et al., 1996). È noto che la penetrazione dei fitoplasmi nella pianta avviene per mezzo di insetti vettori ma la comprensione del meccanismo di trasmissione consiste non solo nell’identificazione di insetti ma anche nell’appurare il grado di specificità del rapporto insetto/vettore/pianta (Purcell, 1996a, b). Per esempio, è stato dimostrato sperimentalmente che iniettando colture di Spiroplasma citri nella cicalina Euscelidius variegatus questa diviene in grado di trasmetterlo. Percontro, se l’insetto si nutre su pianta infetta non diviene virulifero; ciò fa supporre l’esistenza di una barriera a livello dell’intestino che non permette l’invasione dell’emocele da parte di S.citri (Foissac et al., 1995). Dal punto di vista epidemiologico è di estrema importanza comprendere, il ruolo da una parte, delle essenze spontanee e dall’altra del materiale viticolo di propagazione vegetativa nella diffusione dei giallumi fitoplasmali della vite. Il ciclo di trasmissione insetto-pianta-insetto è interpretato, generalmente, come una probabile estensione della trasmissione insetto-insetto.Vari studi hanno evidenziato, infatti, come Spiroplasma spp., Fitoplasma ed Acholeplasma spp. si siano evoluti in associazione con gli Artropodi piuttosto che con le piante (Hackett e Clark, 1989). Le piante rappresenterebbero quindi una riserva di inoculo per permettere una sorta di sopravvivenza dei fitoplasmi ad avverse condizioni. Esse eliminerebbero, o fortemente ridurrebbero, la disponibilità di stadi suscettibili dell’insetto ospite (Purcell, 1996b). A tal proposito va ricordato che svariate piante sono ospiti asintomatici di questi microorganismi, tra queste si annovera per esempio la vite americana (Danielli et al., 1996). Durante l’intervallo di tempo che intercorre tra l’inizio del processo infettivo nella pianta e la comparsa dei sintomi, come interagiscono i fitoplasmi con la pianta ospite? E quando e come si innesca la compatibilità del sistema? Qual’è l’influenza dei fattori abiotici sull’espressione della malattia? Proprio per la loro natura, i fitoplasmi microorganismi fotosensibili (il loro DNA ha un elevato contenuto di A-T), osmosensibili (sopportano fino a 10 atmosfere nelle cellule floematiche), esigenti nelle richieste nutrizionali (vivono nella linfa elaborata) sembra difficile poterli considerare fondamentalmente nel ruolo di patogeni piuttosto che di endosimbionti. Circa un miliardo e mezzo di anni fa alcune cellule procariotiche, provviste di un proprio archivio indipendente di istruzioni genetiche di decodificazione delle istruzioni, hanno inziato una convivenza con le cellule eucariotiche pagando il costo della loro coevoluzione con lo svolgimento di funzioni essenziali per la vita, devolute principalmente alla cattura ed immagazzinamento di energia (cloroplasti, mitocondri).Che sia questo il destino evolutivo anche dei fitoplasmi?
Parole chiave: Vite, Giallumi, Fitoplasmi.
Key words: Grapevine Yellow Diseases, Phytoplasmas.

Lavori citati

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Petria 7(2), 63-86, (1997) Rassegna/Review
Tra fisiologia e virologia delle piante: una breve storia della fisiopatologia delle virosi.

SERGIO PENNAZIO e PIERO ROGGERO.
Istituto di Fitovirologia applicata del CNR, Strada delle Cacce, 73, I-10135 Torino.

Un felice ed armonico accordo tra le conoscenze acquisite in Fisiologia e Patologia vegetale ha reso possibile lo sviluppo di una disciplina, la Fisiopatologia vegetale. Un particolare settore di questa nuova disciplina tratta delle alterazioni metaboliche che si instaurano nelle piante infette da virus in modo sistemico. La storia di questo particolare settore, la fisiopatologia delle virosi delle piante, ha inizio a partire dalla fine del secolo scorso con i primi lavori sulla malattia del mosaico del tabacco. Essa si sviluppa con il progredire delle conoscenze sulla natura dei virus e con la risoluzione delle sequenze relative ai vari sistemi metabolici, affermandosi negli anni 50 come disciplina a sè. Si tratta quindi di una storia relativamente recente, della quale vengono ripercorse le tappe fondamentali in relazione al metabolismo energetico (respirazione e fotosintesi), proteico e nucleico, nonchè della crescita (fitormoni). Questa rassegna sottolinea l’importanza della Fisiologia delle piante sotto stress, da considerarsi come la fisiologia degli organismi in Natura, e riconosce la Storia della Scienza come una vera e propria disciplina scientifica.
Parole chiave: Fisiopatologia vegetale, Metabolismo, Storia della Scienza, Virosi delle piante.

Between plant physiology and virology: a short history of the physiopathology of viral diseases.

A successful assembly between Plant Physiology and Pathology has promoted the development of a new discipline, Physiological Plant Pathology. A specific branch, Physiological Plant Virology, deals with metabolic changes occurring in plants suffering viral diseases. The history of such a branch opens with the first works on the mosaic disease of tobacco at the end of the 19th century, develops with the knowledge on the nature of virus and with the elucidation of the sequence of metabolic pathways, and eventually becomes a real discipline in the Fifties. The present review deals with the historical steps in relation to the changes of the energetic (respiration and photosynthesis) and nitrogen (proteins and nucleic acids) metabolisms, as well as the hormonal aspects of development caused by viral disease. The review stresses the importance of the Physiology of plants under stress,
which must be considered the physiology of plant in the field, and the importance of the History of Science.
Key words: Physiological plant pathology, Plant metabolism, Plant virus, History of Science.
Dedicato ad Erasmo Marré: " ... every element in the evolving system has a defined role to play" (Marré, 1991).



Petria 7(2), 87-92, (1997) Articolo scientifico/Scientific paper
Ritrovamento del viroide del mosaico latente del pesco (PLMVd) su susino in Italia.

STEFANIA LORETI, FRANCESCO FAGGIOLI e MARINA BARBA
Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale, Via C.G. Bertero, 22, I-00156 Roma.

La malattia del mosaico latente del pesco è stata descritta per la prima volta in Francia nella metà degli anni settanta. La malattia si manifesta con un ritardo della fioritura e della maturazione dei frutti, accecamento delle gemme con conseguente scarso sviluppo vegetativo, clorosi e/o calico di foglie e frutti, deformazione e fessurazione della sutura delle drupe. L’agente causale del mosaico latente del pesco è un viroide denominato "Peach latent mosaic viroid" (viroide del mosaico latente del pesco, PLMVd). Il PLMVd è mondialmente diffuso su piante di pesco. Una recente indagine, svolta in susineti di differenti areali italiani, ha evidenziato la presenza del viroide del mosaico latente del pesco anche in piante di susino. La presenza del viroide è stata indagata mediante estrazione degli acidi nucleici totali, seguita da elettroforesi bidirezionale ed ibridazione molecolare con la sonda specifica.
Parole chiave: Mosaico latente del pesco, Viroide, PLMVd, Susino.

Occurrence of Peach latent mosaic viroid (PLMVd) on plum in Italy.

Peach latent mosaic disease was originally described in France in 1976. The disease may induce mosaic symptoms on leaves, irregularly shaped colourless fruit with cracked sutures and enlarged pits, bud necrosis and delay in foliation, flowering and fruit maturity. Recently the disease has been shown to be caused by peach latent mosaic viroid (PLMVd). PLMVd is distribuited world-wide on peach. A recent survey in Italian plum (Prunus domestica L.) orchards has shown the occurrence of PLMVd in two plum cultivars at different geographical locations in central Italy. The presence of the viroid was ascertained by a total nucleic acids extraction followed by bidirectional electrophoresis and molecular hybridization assays using specific probe.
Key words: Peach latent mosaic, Viroid, PLMVd, Plum.



Petria 7(2), 93-98, (1997) Articolo scientifico/Scientific paper
Studi preliminari sulla necrosi apicale e sul marciume delle brattee del carciofo.

SALVATORE FRISULLO1, GIAN LUIGI RANA2, FRANCESCO LOPS1 e VINCENZO TISCIA1.
1Istituto di Produzioni e Preparazioni Alimentari, Università di Bari, Facoltà di Agraria di Foggia, Via Napoli, 25, I-71100 Foggia;
2Dipartimento di Biologia, Difesa e Biotecnologie Agro-Forestali, Università della Basilicata, Via N. Sauro, 85, I-85100 Potenza.

Vengono brevemente riportati i risultati di studi preliminari effettuati su due alterazioni del capolino del carciofo comunemente riscontrabili in Puglia e Basilicata, denominate necrosi apicale e marciume molle delle brattee. La prima si manifesta con annerimento e successivo distacco dei tessuti della parte distale delle brattee, che risultano conseguentemente troncate all’apice. Il marciume molle si manifesta con tacche depresse di colore marrone scuro, che sono inizialmente piccole ma possono interessare, poi, tutta la superficie e lo spessore della brattea. Isolamenti effettuati da brattee con necrosi apicale o marciume molle hanno dimostrato che sono presenti numerosi micromiceti. Questi ultimi, inoculati separatamente su brattee di carciofo staccate, hanno costantemente riprodotto il marciume molle. Nelle stesse condizioni sperimentali non è stata mai riottenuta la necrosi apicale delle brattee. Pertanto, viene ipotizzato che fattori di natura abiotica e parassiti fungini di debolezza o semplici saprofiti potrebbero essere implicati nel determinismo dell’ultima alterazione.
Parola chiave: Carciofo, Necrosi, Marciume molle, Phoma exigua, Pleospora tarda.

Preliminary studies on apical necrosis and soft rot of artichoke bracts.

Results of preliminary studies on apical necrosis and soft rot of artichoke (Cynara scolymus L.) bracts, two syndromes often present in Apulia and Basilicata (southern Italy), are briefly reported. Apical necrosis is characterized by browning and detachment of the apical portion of the bracts. Soft rot causes the appearance on the bracts of dark-brown sunken spots which are initially small and then enlarge and extend to the entire bract. Numerous micromycetes were isolated from bracts showing apical necrosis or soft rot. In pathogenicity tests on detached artichoke bracts, all these fungi caused soft rot but never induced apical necrosis. Therefore it is hypothesized that abiotic factors and weak parasitic or saprophytic fungi could be implicated in the etiology of the last sindrome.
Key words: Artichoke, Bract necrosis, Bract soft rot, Phoma exigua, Pleospora tarda.



Petria 7(2), 99-110, (1997) Articolo scientifico/Scientific paper
Indagini sui batteri criogeni epifiti di Juglans regia L.

ROBERTO DANTI1, PAOLO CAPRETTI2 e GIUSEPPE SURICO2.
1Centro di Studio per la Patologia delle Specie Legnose Montane, C.N.R., P.le delle Cascine, 28, I-50144 Firenze;
2Istituto di Patologia e Zoologia forestale e agraria, Università degli Studi, P.le delle Cascine, 28, I-50144 Firenze.

Sono state esaminate foglie e gemme di Juglans regia per accertare la presenza di batteri epifiti criogeni e valutare il loro ruolo nell’interruzione della soprafusione nei tessuti a temperature inferiori a 0 °C. Sui campioni esaminati è stata rilevata la presenza di popolazioni batteriche di tipo residente la cui densità è apparsa soggetta a fluttuazione stagionale. Batteri criogeni della specie Pseudomonas syringae, in grado di promuovere in vitro la formazione di ghiaccio a partire da -2 °C, sono stati isolati in primavera e in autunno dalle superfici fogliari, ma non dalle gemme. Prove artificiali di congelamento a -3 °C di foglie di noce trattate con un isolato criogeno da noce e con l’isolato B427 di P. syringae pv. syringae, hanno dimostrato che il grado di danneggiamento dei tessuti, espresso da misure di conducibilità elettrica, è correlato alla concentrazione delle sospensioni batteriche applicate. Le foglie di controllo, bagnate con acqua, mantengono invece la soprafusione senza riportare danni significativi alla funzionalità delle membrane cellulari.
Parole chiave: Batteri criogeni, Danni da gelo, Noce, Nucleazione, Pseudomonas syringae.

Invesigations on epiphytic ice-nucleation-active bacteria of Juglans regia L.

Leaves and buds of Juglans regia were examined to assess the presence of ice nucleation active (INA) bacteria in relation to their possible role in promoting frost injury. Epiphytic bacterial populations showed seasonal fluctuations in density. Pseudomonas syringae pv. syringae ice-nucleation-active strains capable to catalyze ice formation at a relatively warm temperature such as -2 °C were detected on leaves’ surfaces during spring and autumn. In May populations of P. syringae reached density values as high as 1,6107 cells g-1 fresh weight. Walnut leaf samples sprayed with two P. syringae INA strains and exposed at -3 °C for 90 minutes showed frost damages, measured as relative conductivity (R.C.) of the tissue. The R.C. value was related with the concentration of the INA bacteria applied. Leaves sprayed with deionized water, used as negative control, were able to supercool and avoided frost injuries.
Key words: Frost injuries, INA Bacteria, Nucleation, Pseudomonas syringae, Walnut.



Petria 7(2), 111-114, (1997) Note brevi/Short notes
L’alternariosi dei frutti di Actinidia chinensis.

V. A. BOURBOS e M. T. SKOUDRIDAKIS.
Fondazione Nazionale di Ricerca Agraria, Istituto delle Piante Subtropicali e dell’Olivo, Laboratorio di Patologia Vegetale, GR-73100 Chania, Creta.

Il fungo Alternaria alternata è frequente sulla superficie delle foglie dei fiori e dei frutti di Actinidia chinensis. Si isola anche da frutti marcescenti in conservazione. Recentemente, questa specie fungina sembra comportarsi come un vero parassita, provocando notevoli danni nelle diverse colture. Queste constatazioni ci hanno indotto a studiare la patogenicità di questo parassita sui frutti di actinidia conservati per 4 mesi in frigorifero ad una temperatura di 0-3 °C. Sono stati utilizzati i frutti delle cultivar Abbott, Bruno, Hayward e Monty. L’inoculazione è stata effettuata con l’inserimento di dischi di micelio sotto l’epidermide nella zona apicale ed equatoriale o di masse miceliali nell’endocarpo dei frutti. Altri frutti con o senza lesioni sono stati immersi in una sospensione di spore del patogeno. I frutti feriti e immersi nella sospensione di spore sono stati completamente alterati dal fungo. Un grave marciume è stato osservato nei frutti inoculati con dischi di micelio sotto l’epidermide. La cultivar Monty ha mostrato il grado di suscettibilità più alto. Secondo i nostri risultati sembra che A. alternata, in certe condizioni, possa provocare gravi marciumi sui frutti di A. chinensis in conservazione.
Parole chiave: Alternaria alternata, Actinidia chinensis, Frutti in conservazione.

Alternariosis of the fruits of Actinidia chinensis.

Alternaria alternata (Fr.) Keisler is a frequent microorganism of the surface of the leaves, blossoms and fruits of Actinidia chinensis Pl. It is also often isolated from rotted fruits after storage. This species seems to behave now as a parasite causing serious damage to various crops. These consideration have led us to study the pathogenicity of this pathogen on kiwifruit stored for 4 months at 0-3 °C. Fruits of the cultivars Abbott, Bruno, Hayward and Monty were used. The inoculation was done by introducing mycelium disks under the epidermis on the stem end or on the equatorial zone and mycelium masses in the endocarp of the fruits. Other fruits with or without wounds were immersed into a spore suspension of the fungus. The fruits wounded and immersed into the spore suspension were completely rotted. A serious rot was observed on the fruits inoculated with mycelium disks under the epidermis in the stem end area. The cultivar Monty showed the highest susceptibility. According to our results, it seems that A. alternata can cause serious rots to the stored fruits of A. chinensis.
Key words: Alternaria alternata, Actinidia chinensis, Stored fruits.



Petria 7(2), 115-120, (1997) Note brevi/Short notes
Prima segnalazione di Colletotrichum acutatum su soia

GIOVANNI CONCA1, FABRIZIO GOLINELLI2 e ANGELO PORTA-PUGLIA1.
1Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale, Via C.G. Bertero, 22, I-00156 Roma;
2Ente Nazionale Sementi Elette, Sezione di Verona, Via Ca’ Nova Zampieri, 37, I- 37057 S. Giovanni Lupatoto, Verona.

Viene segnalato per la prima volta un attacco di Colletotrichum acutatum a piante di soia. Il fungo è stato isolato da una pianta di soia ‘Pony’ che aveva mostrato ingiallimento precoce e sintomi di antracnosi su fusto. Prove di infezione artificiale in serra su soia ‘Pony’ e ‘Panda’ e, per confronto, su frutti staccati di fragola ‘Selva’ e ‘Irvine’ hanno confermato la patogenicità dell’isolato.
Parole chiave: Soia, Glycine max, Antracnosi, Colletotrichum acutatum.

First report of Colletotrichum acutatum on soyabean.

Colletotrichum acutatum Simmonds is reported for the first time on soyabean. The fungus was isolated in a field of Tavazzano (Milan, Italy) from a plant of ‘Pony’ showing anthracnose symptoms on the stem and a premature yellowing. The pathogenicity of the isolate was confirmed by artificial inoculations carried out in the greenhouse on soyabean plants of the cvs Panda and Pony. The isolate of the fungus caused extensive rotting when inoculated on detached strawberry fruits of ‘Selva’ and ‘Irvine’.
Key words: Soyabean, Glycine max, Anthracnose, Colletotrichum acutatum.